A Rutigliano Su.Pr.Eme. racconta l’altra faccia della terra e promuove lavoro buono e giusto

Il sud-est barese, terra d’eccellenza nel settore ortofrutticolo e in particolare dell’uva da tavola, è anche terra in cui l’accoglienza è diventata integrazione. Il fenomeno del lavoro straniero irregolare non ha radici profonde come in altre zone di Puglia, ma anche qui non bisogna abbassare la guardia. 

Una indagine esperienziale condotta su un campione di 54 persone, rappresentativo di imprenditori, braccianti, comunicatori, consulenti, agronomi e composto per il 46% da donne, ha evidenziato come per il 37% della comunità la principale causa di sfruttamento lavorativo nelle campagne è dovuta alla mancanza di un sistema legale di gestione e reclutamento efficace, un 22%, invece, lo attribuisce alle difficoltà economiche degli agricoltori. Lo stesso campione, interrogato sulle possibili soluzioni, fa emergere come l’aumento dei controlli e delle pene non abbia nessun impatto sul fenomeno. Il 34% degli intervistati, invece, mostra una spiccata preferenza per la nascita di nuovi modelli di agricoltura dove i migranti abbiano un ruolo più attivo.   

Sono alcuni dei dati emersi da un questionario digitale messo a punto dall’Università di Foggia e curato dal professor Antonio Stasi, a cui sono stati sottoposti gli ospiti della seconda tappa del progetto Su.pr.Eme Italia (inserito nel Piano Triennale di contrasto allo sfruttamento lavorativo in agricoltura e al caporalato, promosso dalla Direzione Generale Immigrazione del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali) a Rutigliano, curata dalla Regione Puglia.

Su.Pr.E.me. Italia “Sud protagonista nel superamento delle Emergenze in ambito di grave sfruttamento e di gravi marginalità degli stranieri regolarmente presenti nelle cinque regioni meno sviluppate quali Puglia, Calabria, Sicilia, Campania e Basilicata”, finanziato con i fondi Amif della Commissione Europea è un progetto itinerante che ha come obiettivo quello di creare occasioni di sensibilizzazione della comunità ai temi del lavoro irregolare nelle campagne, ma anche evidenziare, laddove esistono, le buone pratiche per capire come innescare un effetto moltiplicatore e attivare processi virtuosi.

Il fenomeno è stato analizzato nei 10 tavoli tematici affrontati nell’Agorà, alla quale è stata chiamata a partecipare la comunità del territorio che in tempo reale ha restituito idee, proposte e criticità. In primis la mancanza di forme associative ed una accentuata solitudine dei produttori, che sul mercato si traduce in margini bassissimi di guadagno; la necessità di riportare l’agricoltura al centro della filiera agroalimentare, fondata su qualità ed etica del lavoro; la garanzia di forme regolari di trasporto dei lavoratori per sottrarli all’intermediazione dei caporali come opportunità per la creazione di start up che si occupino della mobilità dei braccianti e in particolare degli stranieri, ovvero coloro che sono più a rischio sfruttamento a causa di una condizione sociale di estrema fragilità.

Alla tappa di Rutigliano dell’Agorà della condivisione hanno partecipato imprenditori del settore viticolo, braccianti, membri di organizzazioni impegnate nello studio dei fenomeni sociali come la condizione degli stranieri e delle donne nelle campagne, associazioni, comunicatori, prendendo parte ad un format scelto per raccontare un altro modo di vivere la terra. Un modello che guardi alla relazione tra le persone prima che al prodotto; un’agricoltura che abbracci la visione in cui il lavoratore è parte attiva dei processi aziendali, parte pensante e come tale partecipi in quanto persona e non solo per la forza che esprime nelle braccia.

Visione questa che si ritrova in molte delle realtà del sud est barese, terra vocata alla produzione di uva da tavola, dove il fenomeno migratorio presenta il carattere dell’integrazione, dove gli stranieri presenti sono arrivati trent’anni fa. I 1500 albanesi residenti tra Rutigliano e Noicattaro, molti dei quali impiegati nel settore dell’uva da tavola, sono, infatti, figli di coloro che nell’agosto del ’91 sbarcarono a Bari dalla nave Vlora e che nel barese hanno costruito la loro vita. La presenza dunque di migranti nelle campagne del sud-est barese, che da solo conta 10.750 ettari di terra coltivati ad uva da tavola con una produzione annua di 2 milioni 332 quintali, non è preponderante. Qui il 50% della manodopera è rappresentato da locali, in particolare donne impiegate nelle fasi della raccolta del prodotto; in misura inferiore da stagionali provenienti il più delle volte dall’est Europeo.

Un dato questo confermato dalla coordinatrice regionale dell’associazione Donne dell’ortofrutta, Teresa Diomede, imprenditrice, che ha partecipato all’Agorà con le sue colleghe provenienti da tutta Italia, con differenti bagagli di esperienze, stimolando un confronto proattivo e propositivo.    

“Su.Pr.Eme. Italia – fa sapere Antonio Tommasi, dirigente della Sezione sicurezza del Cittadino, Politiche per le Migrazioni e Antimafia sociale della presidenza della Regione Puglia – è anche questo: il racconto delle buone pratiche che sono diventate storie di successi, cambiando il volto dei territori. Grazie a Su.Pr.Eme. Italia vorremmo far passare l’idea che il successo di una impresa non può prescindere dal rispetto delle regole, dalla dignità dei lavoratori; che le dinamiche del lavoro devono garantire sostenibilità economica per tutti, nel rispetto della persona. Di qui l’importanza di creare contesti di aggregazione e momenti di condivisione che coinvolgano tutta la comunità in un processo di attivazione della responsabilità etica che ognuno di noi deve avere nei confronti dell’altro”. 

È stato questo l’intento dei curatori del progetto, Systemar, Never Before Italia e International Sound quando, con la collaborazione dell’hub creativo e innovativo Vazapp, hanno deciso di sottoporre la comunità di Rutigliano ad una esperienza di relazione.

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