Il REFUGEE FOOD FESTIVAL 2020: Quando i ristoranti affidano i fornelli a chef rifugiati!

La quinta edizione del Refugee Food Festival1 si è tenuta dal 1° ottobre al 25 ottobre a: Digione, Strasburgo, Bordeaux, Parigi, Lille, Marsiglia, Rennes, Nantes e Lione.
Il Festival è un’iniziativa creata dalla ONG francese Food Sweet Food, sostenuta dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. È un progetto internazionale che mira a responsabilizzare gli chef rifugiati e che quest’anno si è svolto nel mese di ottobre soltanto in Francia a causa della pandemia. Le 9 città coinvolte hanno impegnato oltre 50 ristoratori nella condivisione del loro patrimonio culinario.

La Mission prefissata? Far cambiare mentalità, consentire l’inserimento professionale dei rifugiati in un settore in tensione e riunire le persone attorno a un tavolo.
In un’intervista ad euronews Fanny Borrot (Coordination and Development Manager at Refugee Food Festival) ha dichiarato: “Una gran parte dei rifugiati che hanno partecipato al nostro festival, oggi sono imprenditori e hanno creato un loro servizio di catering. Il festival ha dato loro la spinta necessaria per dirsi: ‘Quello che cuciniamo piace’ trovando così quella fiducia in se stessi, che ha permesso loro di rompere gli indugi e aprire un’attività. 2

Il cibo in qualsiasi processo migratorio è un elemento fondamentale di identità culturale, così come il momento del pasto condiviso è un’azione pregna di senso e rito.
Le identità culturali omogenee e internamente armoniche sono un’illusione priva di riscontri e lo studio delle tradizioni culinarie di un paese è una grandiosa opportunità di confutazione di tal errata convinzione.

Ciò che cuciniamo ‘evoca e in qualche modo presentifica un luogo antropologico, fatto di parole, memorie, ricordi, storie, persone, relazioni. Attraverso il mangiare si snoda, si consuma, si risolve, talvolta si rafforza, la nostalgia del luogo di provenienza. Si misura il tipo di legame che con esso si continua ad avere’3 e quindi il ruolo che gioca nella vita di chi migra è paragonabile alle sfide linguistiche. Mangiare insieme significa in qualche modo dialogare, perché gli ingredienti sono al pari del lessico l’espressione di un mondo interiore prima che geografico.

Quando l’argomento in questione è trattato con la prospettiva inclusiva che merita, invece di essere ridotto a mero strumento di foodification in salsa etnica delle città, allora si è un passo più vicini all’interculturalità e alla coesione sociale a cui ogni luogo dovrebbe ambire.

1 http://www.refugeefoodfestival.com/refugee-food-festival-2020/

2 Consultabile qui: https://it.euronews.com/2020/10/23/la-cucina-dei-rifugiati-a-lione-il-refugee-food-festival

3 Vito teti, Il colore del cibo. Geografia, mito e realtà dell'alimentazione mediterranea, Meltemi, Roma, 1999, p.84

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