Le condizioni abitative dei migranti che lavorano nell’agro-alimentare

È stata pubblicata in questi giorni la prima indagine nazionale su “Le condizioni abitative dei migranti nel settore agro-alimentare” condotta dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e dall’Anci nell’ambito del Piano triennale di contrasto allo sfruttamento lavorativo in agricoltura e al caporalato 2020–2022.
L’indagine ha interessato 3.851 comuni italiani su tutto il territorio nazionale ed è stata condotta tra l’ottobre 2021 e il gennaio 2022 dalla Fondazione Cittalia dell’Anci.

I Comuni dove è stata rilevata la presenza di lavoratori stranieri occupati nel settore agroalimentare sono 608, naturalmente è il Mezzogiorno l’area dove complessivamente si registra il più alto di insediati, sia stagionali che stanziali, anche se il fenomeno interessi in realtà tutto il territorio nazionale.
L’indagine ha anche evidenziato che spesso la realtà di questi insediamenti sia ignorata o sconosciuta, anche perché si tratta frequentemente di fenomeni legati alla stagionalità dei raccolti ed a flussi di migranti mutevoli e di complessa rilevazione.

Confrontando i dati relativi alla distribuzione per Regioni dei Comuni che dichiarano la presenza o assenza di lavoratori stranieri occupati nel settore agro-alimentare con quelli che indicano la presenza di insediamenti formali e informali, si riscontra che non c’è una diretta rispondenza fra le presenze di lavoratori e quelle di insediamenti informali. Il Piemonte, ad esempio, risulta essere la Regione con il maggior numero di Comuni che ha dichiarato presenze stabili e/o stagionali di lavoratori migranti nel settore ed è anche la Regione con il maggior numero di Comuni con insediamenti formali. La Lombardia, seconda Regione per presenze stabili e/o stagionali, compare solo all’ottavo posto per numero di Comuni con insediamenti formali e non presenta insediamenti informali. Il raffronto dei dati delle regioni Puglia, Sicilia, Campania e Calabria mostra invece una sostanziale rispondenza fra numero dei comuni che ha dichiarato presenze ed esistenza di insediamenti formali e informali.

Nella maggioranza dei casi (78,8%) i lavoratori migranti occupati nel settore agricolo vivono in abitazioni private e in poco meno del 22% dei Comuni sono invece presenti strutture alloggiative temporanee o stabili attivate da soggetti pubblici o privati e/o insediamenti informali.
Per quanto riguarda le strutture alloggiative temporanee o stabili attivate da soggetti pubblici o privati, dove secondo le stime trovano alloggio circa 7 mila lavoratori agricoli migranti -in prevalenza richiedenti o titolari di protezione internazionale-, si rileva che nella maggioranza dei casi si tratta di abitazioni riconducibili ad appartamenti della rete SAI/SIPROIMI/SPRAR (44%), ai Centri di Accoglienza Straordinaria (CAS) (10,3%) o agli appartamenti messi a disposizione da realtà/associazioni del Terzo Settore/ volontariato (14%).

Si tratta quindi prevalentemente di strutture stabili/permanenti localizzate in aree urbane e gestite dal Terzo settore, solo una minima parte (circa il 20%) degli alloggi formali ha carattere temporaneo e ospita quindi i lavoratori stagionali che si spostano in base al ciclo delle colture. La maggior parte delle strutture dichiarate, infatti, è presente sul territorio comunale da più di 4 anni (73,7%) e trattandosi prevalentemente di strutture alloggiative stabili, nella quasi totalità dei casi sono presenti i principali servizi essenziali (acqua potabile, energia elettrica, servizi igienici, ecc.) e risulta altresì presente nelle vicinanze degli alloggi una buona copertura di collegamenti di mezzi pubblici (77%).

Dall’analisi dei dati emerge un elemento particolarmente critico: molti degli insediamenti informali (41,3% dei casi) ha carattere stabile/permanente. La maggior parte degli insediamenti informali mappati, infatti, è presente sul territorio comunale da parecchi anni: 11 insediamenti esistono da più di 20 anni, 7 sono presenti da oltre 10 anni e 16 da oltre 7 anni. È un fenomeno particolarmente pernicioso in quanto pur avendo un carattere prevalentemente stabile, nella maggior parte dei casi, non sono attivi i servizi essenziali. All’interno di questi insediamenti sono stimate oltre 10.000 presone presenti che vivono in condizioni estremamente precarie. Inoltre, la scarsa o nulla presenza nelle vicinanze degli insediamenti informali di servizi pubblici di trasporto risulta essere particolarmente significativo, soprattutto in considerazione del rischio di ricorrere a caporali e trasporti inadeguati. Sono infatti superiori al 40% gli insediamenti informali che si trovano oltre i 10 chilometri di distanza dai luoghi di lavoro e, fra questi, quasi il 10% è distante oltre 50 km.

È facile immaginare come la mancanza di servizi, soprattutto quelli finalizzati a favorire l’integrazione dei migranti, si traduca facilmente in mancanza di prospettive per le persone che vi risiedono. Questa considerazione risulta essere ancora più importante rilevante se si tiene presente che in oltre un insediamento su 5 abitano nuclei familiari con minori.
La situazione cambia completamente se si prendono in gli insediamenti formali, dove nella maggioranza dei casi sono presenti tutti i servizi finalizzati a favorire l’integrazione dei migranti, oltre agli interventi socio-sanitari, così come, seppur in maniera più circoscritta, i servizi inerenti il mondo del lavoro come la formazione professionale e il contrasto al lavoro nero.

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