Senza stranieri non può esistere umanità: un intervento dell’antropologo Andrea Staid

Vi proponiamo un estratto dell’intervento del 5/11/2020 di Andrea Staid , ospite dell’Associazione per i Diritti Umani in occasione della prima presentazione del suo libro ‘Dis-integrati. Migrazioni ai tempi della pandemia’ :

« Per iniziare a parlare di Dis-integrati partiamo dal titolo: mi rendo conto che è molto forte, ma non è una provocazione, secondo me è la realtà dei fatti. Viviamo in un mondo in cui le politiche, che dovrebbero essere politiche di integrazione, almeno così vengono chiamate, dal mio punto di vista hanno disintegrato sempre di più quelle persone, quelle donne e quegli uomini che hanno dei nomi, degli immaginari, dei sogni, e che sono arrivati nella “fortezza Europa” appunto per trovare, per cercare una nuova vita, delle possibilità, esattamente come fanno molti di noi che sono nati però nella parte giusta del mondo e che hanno un passaporto. Credo che le politiche di tutto l’Occidente, dis-integrino le persone e le relazioni umane. Il libro è nato proprio da una riflessione, con l’antropologo e mio amico Moreno Paulon, sulla disintegrazione di donne e uomini che si trovano in un circolo che continuamente li porta dentro una marginalità e un’impossibilità di essere regolarizzati.

La prima parte del testo è sull’attualità, ovvero come queste donne, questi uomini che sono arrivati nella fortezza Europa, in un momento difficile come quello della pandemia di Covid-19 si siano trovati a vivere da una parte l’impossibilità di rispettare le norme, perché molto spesso non avevano una casa, e dall’altra il dover tornare al lavoro subito. Non hanno potuto fermarsi, come molti di noi hanno potuto fare. E soprattutto non avevano una situazione di diritto che li teneva tranquilli. Mi sono posto delle domande anche perché molte delle persone che ho frequentato in questi anni, sia per amicizia che per costruire le mie ricerche, hanno questi problemi. Molte di loro, infatti, non hanno il permesso di soggiorno o vivono situazioni di precarietà. Con loro ho ragionato sulla problematica di chi non poteva rispettare il lockdown, non perché volesse fare la movida o l’aperitivo, ma per consegnare il cibo che noi mangiamo nelle nostre case, portare avanti un lavoro (molto spesso in nero, iper-sfruttato) anche in una situazione come questa.

È sotto gli occhi di tutti la situazione del bracciantato e pochi giorni fa si è tenuto uno sciopero importantissimo, che ci riguarda tutte e tutti da molto vicino, anche se non ce ne rendiamo conto. Lo sciopero dei produttori e dei lavoratori agricoli, che sono stipati in baraccopoli dove ovviamente è impossibile rispettare le norme igieniche e tutti dobbiamo solidarietà a queste persone. Però, non ci sono solo loro, ci sono anche gli uomini e le donne della cura, quelli che chiamiamo colf e badanti, i muratori, gli idraulici, coloro che lavorano nelle cucine che producono l’asporto. Donne e uomini che in questa situazione di pandemia hanno avuto ancora più problemi di prima, perché non hanno stabilità e chiarezza in quelli che sono i loro diritti.

C’è il problema di chi la casa non ce l’ha e non se la può permettere, chi vive la precarietà assoluta nel mondo dell’abitazione. Di questo parla anche il mio libro: non solo di chi sta affrontando il viaggio in questo momento di pandemia e pericolo ancor più grosso, ma anche di chi è già arrivato e vive in questo limbo di incertezza.

La seconda parte del libro analizza il viaggio da un punto di vista antropologico. Cerco di capire che cosa significhi il viaggio per l’essere umano e che tipo di viaggio affrontino i migranti dell’epoca contemporanea. Anche attraverso i dati: parlo di rotte. Troppo spesso (non se si segue il lavoro dell’Associazione per i Diritti Umani e delle altre associazioni) nel senso comune si pensa che il viaggio sia soltanto quello nel deserto o via mare. In realtà, le rotte sono molte e differenti. Cerco di raccontare quali siano, anche se non esaustivamente perché le rotte cambiano a seconda di come cambia la repressione nel mondo delle frontiere e dei confini e si spostano col passare degli anni e delle leggi.

Un altro aspetto del testo è lo sguardo su quelle che possono essere delle soluzioni concrete, con un affondo antropologico. Supportato dal lavoro di tantissime ricercatrici e ricercatori, giornaliste e giornalisti, che hanno lavorato prima, dopo o come me in questi anni e dai grandi filosofi del Novecento. Mi interrogo su cosa significhi creare l’identità. Cos’è l’essere e come ci posizioniamo nel Mondo. L’essere umano è un animale relazionale, quello che Io sono lo creo grazie all’incontro con l’altro. All’incontro continuo con le altre culture, e questo per le antropologhe e gli antropologi è ben chiaro.

Tutte le culture sono impure ed in transito permanente e sono meticce. Basti pensare alla storia del Mediterraneo, all’incontro e allo scontro di culture. Scontro anche in senso non negativo, perché sono convinto che dal conflitto possano nascere nuovi corpi sociali e politici migliori. Se sappiamo gestire il conflitto e lo rendiamo creativo abbiamo delle grandi possibilità. L’incontro non sarà sempre positivo, ma allora sarà più interessante metterci in discussione. Senza stranieri non può esistere umanità.

Per la prima volta in un mio libro cerco anche di fare quattro proposte concrete, legislative. L’antropologia e l’etnografia devono costruire delle lenti per vedere meglio la realtà che ci circonda.

Il primo punto fondamentale è, secondo me, non parlare soltanto di aprire i porti ma anche gli aeroporti. Per una nuova politica sui visti: perché io che sono nato in Italia posso andare dove voglio? E chi è nato in Nigeria, in Nepal, in Ecuador, no? È assurdo che persone per spostarsi debbano fare viaggi criminali. Come se ci fossero umani di serie A e di serie B. questo risolverebbe, non in toto ma, tantissimo il problema delle migrazioni contemporanee. Un’altra proposta fondamentale non è una sanatoria soltanto per chi raccoglie il cibo o si prende cura degli anziani: è una visione totalmente coloniale dire “regolarizziamo perché servono”! È uno sguardo coloniale e razzista. Ci vuole una regolarizzazione generalizzata, chi sta lavorando deve avere i miei stesi diritti nel mondo del lavoro. A meno che non ammettiamo che ci siano umani di serie A e di serie B. Noi e gli altri.

L’altra cosa importante sarebbe istituire dei corridoi umanitari e ponti aerei: se la nostra Costituzione dà la possibilità a chi scappa da guerre di essere accolto (guerre a cui abbiamo partecipato anche noi… pensate alla compartecipazione in Siria) perché arrivare attraverso viaggi criminali per il profitto di grandi mafie? Dobbiamo organizzare corridoi umanitari, viaggi umani.
L’ultimo punto è una legge sullo Ius soli definitiva, non una legge a metà. Stiamo parlando di una legge semplice, niente di rivoluzionario. Anzi, estremamente riformista, vorrei molto di più. Regolarizzerebbe più di ottocento mila persone italiane, nate nel nostro Paese e che hanno il diritto di restarci.

È un libro semplice, per alimentare il dibattito, e per chi magari è più a digiuno di queste tematiche e potrà porsi qualche domanda in più su quello che succede tutti i giorni, ma che è invisibile ai nostri occhi.»

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